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Siti archeologici e naturalistici in territorio di Melilli

L’AREA ARCHEOLOGICA DI C.DA PETRARO

In territorio di Melilli, nei pressi della frazione di Villasmundo, si trova la contrada Petraro che racchiude interessanti emergenze archeologiche che testimoniano della presenza dell’uomo nella zona, sin dalla Preistoria. 

Il sito archeologico si articola in due elementi strutturalmente diversi ma intimamente correlati: la Timpa Ddieri ed il soprastante pianoro dove, sovrapposti segni indicano l’esistenza di abitazioni riferibili al Neolitico ed al Bronzo antico.

LA TIMPA DDIERI

È una parete rocciosa alta circa cento metri che si trova sulla riva sinistra del fiume Mulinello nel punto in cui esso lambisce la contrada Petraro. Questa parete rocciosa racchiude un insediamento rupestre costituito da grotte scavate nel calcare, distribuite su più piani. Alle grotte, fino a qualche anno fa, si accedeva attraverso uno stretto cunicolo che gli antichi abitanti del sito avevano scavato nella parete a metà del costone. Dopo una decina di metri, questo cunicolo sboccava all’aperto ; il passaggio verso le grotte continuava in un camminamento che correva all’esterno, protetto sul lato destro a strapiombo sul fiume, da un parapetto ricavato nella roccia, per poi proseguire all’interno di altri cunicoli e di altri camminamenti aperti, fino a giungere alle prime grotte. Sul pavimento dei cunicoli, al centro, si notano dei piccoli canali scavati nella roccia ed ancora ben conservati, che dovettero servire per il deflusso dell’acqua. Qualche anno fa nella zona immediatamente adiacente sono stati realizzati, con terreni di riporto, vasti terrazzamenti in esecuzione di un progetto di ripristino approvato dalla stessa Soprintendenza per sanare precedenti abusi. Purtroppo i terrapieni hanno ostruito il cunicolo d’ingresso alle grotte: attualmente si può accedere al sito immettendosi nella prima parte del camminamento che corre all’aperto, ma solo dopo aver superato un tratto molto scosceso. Come abbiamo accennato sopra, prima di giungere alle grotte, il passaggio scavato nel calcare, si snoda in parte all’interno di cunicoli nei quali si cammina in posizione leggermente curva, in parte all’esterno, in passaggi protetti da un parapetto; in alcuni punti di questo parapetto si notano delle buche che potrebbero aver ospitato dei pali per un’ulteriore forma di difesa. Nella parte iniziale del camminamento si apre una tomba a grotticella artificiale ad ampia apertura che, pur essendo stata depredata da lunga data, ha restituito allo studio degli archeologi alcuni frammenti di ceramica , ed altri reperti attribuibili alla prima età del Rame.

Si giunge finalmente alle prime grotte che sono in comunicazione tra loro per mezzo di scalette risparmiate nella roccia. Oltre a questo collegamento esterno, le grotte erano in comunicazione attraverso dei pozzetti scavati nel piano pavimentale .

Alcune di esse, molto grandi, sono strutturate in diversi ambienti e presentano nicchie, banchine, vasche per la raccolta dell’acqua, altre sono più piccole ma sempre articolate in più “ambienti”. Oltre alle cavità dalla tipica forma di grotta, vi sono numerosi grottoni di abitazione bizantini: hanno la forma di una vera e propria stanza con pareti squadrate, con tetti non più cupoliformi. Quasi sempre si tratta di sistemi formati da due o anche tre grottoni contigui all’interno dei quali sono stati rinvenuti frammenti di ceramica “corrugata” e tegole che si possono fare risalire ad epoca bizantina ed anche altri materiali riferibili ad epoca medievale.

Nella parte più alta della Timpa si aprono numerose tombe a grotticella artificiale che dovettero costituire la necropoli del villaggio insediatosi sul soprastante pianoro durante la prima età del Bronzo. La frequentazione della timpa dovette essere molto più antica se l’archeologa Giuliana Sluga Messina, che esplorò il Petraro nel 1987, in un gradone a cunicolo della Timpa Ddieri, chiuso con pietre, ha scoperto una sepoltura risalente al Neolitico che presentava il cadavere deposto su un letto di ocra rossa e vicino i macinelli di basalto che erano serviti a triturarla. La presenza dei grottoni di abitazione, sicuramente di epoca bizantina, data la consuetudine dei bizantini di riutilizzare ciò che trovavano, potrebbe far ipotizzare che essi siano stati ricavati da grotte già esistenti ed utilizzate dall’uomo in epoche molto più antiche.

Le grotte sono state utilizzate in tempi anche recenti, come testimoniano i vecchi del paese di Villasmundo che ricordano come la popolazione vi si sia rifugiata durante “l’invasione” degli anglo-americani nella fase conclusiva della seconda guerra mondiale. La testimonianza è confermata dalle scritte che si possono ancora leggere sulle pareti della grotta più grande dove figurano anche firme e date.

Dell’esistenza della Timpa Ddieri riferirono i viaggiatori del ‘700 come Holm e Houel. Gli abitanti di Villasmundo conoscevano il sito come meta di scorribande giovanili ma non dovettero avere consapevolezza del suo valore se lo abbandonarono alle manomissioni dei vandali ed all’insidia di un’attività estrattiva selvaggia che si esercita nelle immediate vicinanze. Neanche la scoperta del villaggio fortificato (scavi Voza 1967) che sorgeva nel pianoro soprastante ha fatto nascere l’esigenza di tutelare il sito, magari in vista di “sfruttarlo” turisticamente.

Nell’anno 2011 i volontari del Gruppo Speleologico del CAI sez. di Siracusa hanno realizzato un’esplorazione sistematica delle grotte che hanno documentato in una ricca documentazione fotografica interessante perché precede lo studio archeologico che auspichiamo si possa realizzare non appena si troverà un supporto economico adeguato.

Nello stesso periodo uno speleologo solitario che si definisce diversamente speleo, ha esplorato le Grotte della Timpa in compagnia della cagnolina Nonna Syria e di un addetto alle riprese ed ha messo in rete un pregevole documentario.

Riteniamo un fatto importantissimo, anzi essenziale per la difesa e la valorizzazione del sito archeologico l’interesse di persone animate da entusiasmo come quello dimostrato dagli speleologi del CAI e da Nonna Syria .

VILLAGGIO FORTIFICATO DI TIMPA DDIERI - ETÀ DEL BRONZO ANTICO

RICOSTRUZIONE IN 3D

VILLAGGIO FORTIFICATO DI TIMPA DDIERI (ANTICA ETÀ DEL BRONZO)

Nell’estate del 1967, una fortunata campagna di scavi condotta dal prof. Giuseppe Voza sul pianoro soprastante la Timpa Ddieri, ha portato alla scoperta di un villaggio fortificato riferibile al Bronzo Antico e, all’interno della cinta muraria di questo, delle tracce di un abitato neolitico.

Anni prima, esattamente nella primavera del 1959, Italo Russo, collaboratore della Soprintendenza retta allora dal prof. Luigi Barnabò Brea, nella sua infaticabile ed appassionata ricerca dei segni del passato, aveva rinvenuto, in una vasta area del pianoro che sovrasta la Timpa, numerose macine ed asce di basalto, frammenti di ossidiana e quarzite collegabili a strumenti dell’uomo preistorico e frammenti di ceramica. Le ricerche di Italo Russo proseguirono per alcuni anni. Da tre saggi di scavo emersero precise indicazioni utili per stabilire le caratteristiche e la cronologia del sito: nella parte più superficiale del terreno furono trovati frammenti di ceramica castellucciana; gli strati più profondi, a contatto con la roccia restituirono frammenti di ceramica neolitica con decorazione impressa e incisa. I ritrovamento più importante avvenne nello strato castellucciano dal quale emersero due ossi a globuli. Nella parte più alta della Timpa, nelle falesie prossime all’area del villaggio, il Russo notò una cinquantina di tombe a forno o a grotticella artificiale che, pur essendo state da tempo violate, restituirono frammenti sicuramente databili all’età del Bronzo Antico.

In considerazione di quanto era venuto alla luce, la Soprintendenza di Siracusa ritenne dover effettuare uno scavo sistematico nel sito. Lo scavo fu effettuato da Giuseppe Voza, allora direttore del settore Archeologico, nell’agosto del 1967.

Dalle “collinette” che avevano incuriosito Italo Russo emerse una cinta muraria munita di torri le cui caratteristiche costruttive fecero pensare ad analoghe fortificazioni ritrovate a Silos ed a Kahalandriani, nell’Egeo, a Los Millares in Spagna e sulle coste del Portogallo. Come queste, la fortificazione del Petraro, per le sue peculiarità era riconducibile alla prima età del Bronzo; confermavano la datazione i due ossi a globuli.

Quando G. Voza diede comunicazione della scoperta durante il congresso “Sicilia e Magna Grecia” del 1968, il villaggio del Petraro costituiva ancora un unicum sul suolo italiano. Qualche anno più tardi lo stesso Voza, durante gli scavi condotti a Thapsos, portò alla luce un lungo tratto di muro con torri addossate, come al Petraro.

Così il Voza descrive la sua scoperta.

“Il villaggio occupa un’area che ha un’estensione di 2600 mq ed ha forma presso a poco trapezoidale. Esso su tutto il lato sud è protetto naturalmente dalla parete rocciosa che cade quasi a picco sul Mulinello………. Della parte occidentale del muro è conservata solo la parte della cortina esterna….che ha una lunghezza di circa 30 metri, ed è interrotta per qualche metro in due punti. Una torre semicircolare, avente un diametro di circa 15 metri,si trova all’inizio del lato nord, partendo da ovest. Essa ha forma di tronco di cono molto schiacciato ( la sua altezza massima non supera i due metri) ed è costituita da due serie, pressoché concentriche, di blocchi molto irregolarmente squadrati. Una di esse è posta alla base della torre, l’altra a metà circa del suo sviluppo. Le fasce abbracciate dalle due serie di blocchi sono coperte da una compatta massicciata di pietrame informe, in funzione di materiale di riempimento. Questa torre, in base agli accertamenti che si sono eseguiti nel punto in cui si connette alla cortina esterna del muro di fortificazione, risulta addossata e non collegata a quest’ultimo. 25 metri a est di questa prima torre se ne incontra un’altra. Nello spazio fra l’una e l’altra si segue con chiarezza lo sviluppo della cortina esterna del muro e, in un punto, anche un breve tratto della cortina interna, cosa che ha permesso di rilevare anche la larghezza del muro: m. 1,20-1,50. La seconda torre presenta le medesime caratteristiche strutturali della prima. Cioè semicircolare in pianta, con ossatura costituita da due serie concentriche di blocchi che abbracciano fasce coperte da una fitta massicciata di pietrame. Anche le strutture di questa torre non si innestano ma si addossano alla cortina esterna del muro di fortificazione. In questa parte centrale del suo sviluppo si è potuto esaminare il piano roccioso su cui è impostato il muro, immediatamente a sud o al di sotto di esso. Si è potuto constatare che la roccia è tempestata da un gran numero di fori circolari artificiali di varie dimensioni, certamente in relazione con l’abitato che in epoca neolitica si stabilì nella zona.”(1) Per la definizione della cronologia della fortificazione, dati abbastanza chiari sono stati forniti dalla ricerca stratigrafica che ha messo in luce uno strato superficiale nel quale sono stati rinvenuti frammenti di ceramica castellucciana ed uno strato più profondo, a contatto con la roccia, con frammenti di ceramica “stentinelliana”. Il rinvenimento più interessante è costituito da due ossi a globuli che si vengono ad aggiungere alla serie non numerosa di questi oggetti tanto tipici dell’età del Bronzo nell’area mediterranea.”

Secondo il prof. Voza, “la situazione stratigrafica sta ad indicare che in un suolo nel quale è documentata la vita nel periodo neolitico, si è, nel corso dell’età del bronzo, impostata la fortificazione che mostra evidenti tracce di rifacimenti”

Il territorio all’interno delle mura costituiva, probabilmente, quello che ai nostri giorni chiameremmo “il centro direzionale” mentre la vita degli abitanti dovette svolgersi per tutto il pianoro, fino alla necropoli ritrovata lungo la strada Augusta-Villasmundo, nel punto da cui si diparte la strada che conduce al Centro Monastico di Monte Carmelo. La suddetta ipotesi è basa sul fatto che, fuori dalla cinta muraria,è possibile ritrovare tracce dell’antica frequentazione del luogo : una piattaforma di roccia con cinque incisioni a forma di ogiva che potrebbe essere un luogo dedicato al culto e materiali archeologici affioranti per tutto il pianoro.

La Timpa Ddieri ed il villaggio fortificato dell’Età del Bronzo sono molto importanti dal punto di vista archeologico e costituiscono un autentico tesoro per la piccola frazione di Villasmundo per il loro valore culturale ma anche perché potrebbero diventare il punto di partenza di un itinerario archeologico che si snodi attraverso i numerosi ed importanti siti di cui è ricco il territorio di Melilli , avviando quello sviluppo sostenibile che tutti si augurano.

Bibliografia

G. Voza Atti del congresso “Sicilia e Magna Grecia” in KoKalos XIV – XV

G. Voza “Nel segno dell’antico” Archeologia nel territorio di Siracusa Lombardi Editore 1999

Rosa Lanteri “Augusta e il suo territorio” Maimone Editore 1997

Italo Russo Palmino Gianino Rosa Lanteri “Augusta e i territori limitrofi” Preistoria Dal Paleolitico superiore alla Precolonizzazione Società Siracusana di storia Patria Supplemento n°5 all’Archivio Storico Siracusano Fiaccamento 1996